…sul diritto degli Animali

Le origini dell’idea di diritto animale

Uno dei primi filosofi a propugnare esplicitamente la “liberazione degli animali” fu il fondatore dell’utilitarismo moderno, Jeremy Bentham, che scrisse: “verrà il giorno in cui gli animali del creato acquisiranno quei diritti che non avrebbero potuto essere loro sottratti se non dalla mano della tirannia”. Bentham sostenne anche che non si debbano trarre conclusioni morali dall’apparente mancanza di razionalità degli animali:More…

« Si potrà un giorno giungere a riconoscere che il numero delle gambe, la villosità della pelle, o la terminazione dell’osso sacro sono motivi egualmente insufficienti per abbandonare un essere sensibile allo stesso fato. Che altro dovrebbe tracciare la linea invalicabile? La facoltà di ragionare o forse quella del linguaggio? Ma un cavallo o un cane adulti sono senza paragone animali più razionali, e più comunicativi, di un bambino di un giorno, o di una settimana, o persino di un mese. Ma anche ammesso che fosse altrimenti, cosa importerebbe? Il problema non è “Possono ragionare?”, né “Possono parlare?”, ma “Possono soffrire?”. Perché dovrebbe la legge negare la sua protezione a un qualsiasi essere sensibile? Verrà il giorno in cui l’umanità accoglierà sotto il suo mantello tutto ciò che respira »

(Jeremy Bentham, An Introduction to the Principles of Morals and Legislation. 1789)

Anche Arthur Schopenhauer sostenne che gli animali hanno la stessa essenza degli esseri umani, nonostante manchino della facoltà della ragione. Egli fornì una giustificazione utilitaristica per l’uso di animali come cibo, ma sostenne anche che la morale dovesse prendere in considerazione gli animali, e si oppose alla vivisezione. La sua polemica nei confronti dell’etica di Kant conteneva una articolata (e a tratti furiosa) polemica contro l’esclusione degli animali dal suo sistema morale: “sia dannata ogni morale che non vede l’essenziale legame fra tutti gli occhi che vedono il sole”.

Nel 1892, il riformatore sociale inglese Henry Salt pubblicò un libro che ebbe una notevole influenza: Animals’ Rights: Considered in Relation to Social Progress (i diritti animali considerati in relazione al progresso sociale). L’anno precedente Salt aveva fondato la Humanitarian League, fra i cui obiettivi vi era l’abolizione della caccia intesa come sport.

Il tema dei diritti animali fu reintrodotto nel 1971 da Stanley e Roslind Godlovitch e John Harris, con il libro Animals, Men and Morals (animali, uomini e morale). Il libro era una raccolta di articoli che affronta il tema dei diritti animali con argomenti filosofici potenti e profondi; esso rinvigorì il movimento per i diritti animali e ispirò numerosi altri filosofi. Fu in una recensione di questo libro che il filosofo australiano Peter Singer, ora professore di bioetica all’Università di Princeton, coniò l’espressione “liberazione animale”.

Filosofi contemporanei

L’australiano Peter Singer e lo statunitense Tom Regan sono fra i più celebri sostenitori della liberazione animale. Sia Singer che Regan sostengono che l’adozione di una dieta vegana e l’abolizione di quasi tutte le forme di sperimentazione sugli animali siano imperativi morali urgenti per la razza umana. Pur giungendo a conclusioni analoghe per quanto concerne le indicazioni circa il comportamento etico nei confronti degli animali, Singer e Regan presentano argomentazioni molto differenti da un punto di vista filosofico; il primo si rifà all’utilitarismo, il secondo al giusnaturalismo.

Nel 1975, Singer (che si può considerare il fondatore del moderno movimento per i diritti animali) pubblicò il celebre saggio Animal Liberation, in cui introdusse il principio della pari considerazione degli interessi. Secondo tale principio, le nostre deliberazioni morali devono tener conto di tutti gli interessi simili di tutti coloro che sono influenzati dalle nostre azioni:

« Se un essere soffre, non ci può essere una giustificazione morale per rifiutare di prendere in considerazione questa sofferenza. Non importa quale sia la natura di questo essere, il principio d’uguaglianza richiede che la sua sofferenza sia valutata alla pari di soffofferenze simili – nella misura in cui è possibile fare queste comparazioni – di qualsiasi altro essere. »

Discriminare gli animali rispetto a questa considerazione, per Singer, sarebbe infatti infondato e ingiustificabile, e quindi puro specismo. Per dimostrare l’insostenibilità delle posizioni che discriminano gli interessi animali come irrilevanti o secondari, Singer fa appello soprattutto a due argomenti:

Argomento degli esseri umani marginali. Per concludere che tutti e solo gli esseri umani meritano uno status morale pieno ed eguale, gli esseri umani dovrebbero avere una qualche proprietà esclusiva che li distingue dagli altri animali. Tuttavia, le proprietà considerate esclusive della specie umana (per esempio la razionalità o l’uso della parola) mancano ad alcuni esseri umani (i “casi marginali”) quali i neonati o certi tipi di malati di mente. Viceversa, tutte le proprietà comuni a tutti gli uomini senza eccezione (quali la capacità di provare dolore) risultano condivise anche dagli animali.

Argomento non egalitario raffinato. Oltre che utilizzare l’argomento degli esseri umani marginali, Singer muove un’altra obiezione alla tesi comune secondo cui razionalità, autonomia, capacità di agire moralmente e così via possano giustificare la discriminazione degli animali sul piano morale. Infatti, secondo l’autore, se tali elementi fossero la base su cui fondare il giudizio morale su un soggetto, se ne potrebbe ricavare un sistema di discriminazioni verso gli esseri umani, strutturalmente analogo al razzismo o al sessismo, secondo cui un essere umano dotato di maggiore razionalità (o autonomia, o moralità) sarebbe portatore di uno status morale superiore ad altri esseri umani meno dotati.

Nel libro The Case for Animal Rights, Regan sostenne che alcuni animali devono avere diritti in quanto “soggetti di una vita” (subjects-of-a-life), sebbene non necessariamente nello stesso grado degli umani. Il ragionamento di Regan si può sintetizzare come segue:

  • solo gli esseri con valore intrinseco hanno diritti (il valore intrinseco è il valore di un soggetto al di là del suo valore in rapporto con altre persone)
  • solo i “soggetti di una vita” hanno valore intrinseco
  • solo gli esseri autocoscienti, con desideri e speranze, attori deliberati con possibilità di pensare un futuro, sono “soggetti di una vita”
  • tutti i mammiferi mentalmente normali sopra l’anno d’età sono “soggetti di una vita” ed hanno quindi diritti.

Trattare un animale come un mezzo per un fine significa violare i suoi diritti:

« …gli animali sono trattati, di routine e sistematicamente, come se il loro valore fosse riducibile alla loro utilità per gli altri, di routine e sistematicamente sono trattati con mancanza di rispetto, e anche i loro diritti vengono di routine e sistematicamente violati »

Questa posizione può essere vista come una estensione agli animali dell’idea kantiana di legge morale. Sebbene Regan ponga per motivi pratici, e in senso provvisorio, un arbitrario confine nel regno animale (“tutti i mammiferi sopra l’anno d’età”), la sua posizione è tendenzialmente assolutista; qualsiasi azione che violi i diritti (naturali) degli animali è ipso facto sbagliata a prescindere da qualsiasi altra valutazione. Non a caso Regan critica la posizione utilitarista di Singer argomentando che essa si concentra su soggetto sbagliato, gli interessi, invece di pensare al vero soggetto, gli individui portatori di diritti.

Il ruolo delle emozioni

Alcuni autori hanno suggerito che un limite degli approcci di Regan, Singer e altri sia quello di cercare di fondare l’etica del comportamento verso gli animali prescindendo da elementi di tipo emotivo. Sentimenti come la compassione e la simpatia per gli animali, o la repulsione verso le sofferenze imposte loro dall’uomo, non hanno fondamento razionale ma potrebbero essere elementi significativi nell’impostazione di un sistema morale. In questo senso, il paradosso rappresentato da coloro che condividono razionalmente le argomentazioni dei sostenitori dei diritti animali, e continuano a mangiare carne, sarebbe da ricondursi al fenomeno generale della responsabilità mediata nel mondo moderno. La teorica femminista Marti Kheel suggerisce:

« nella nostra società moderna e complessa forse non saremo mai in grado di avere un’esperienza completa dell’impatto delle nostre decisioni morali, ma possiamo nondimeno tentare il possibile per esperire emozionalmente la coscienza di questo fatto. »

Un altro pensatore influente è Gary L. Francione, che nel libro Introduction to Animal Rights sostiene la visione abolizionista per cui gli animali dovrebbero avere almeno il diritto fondamentale di non essere trattati come proprietà degli esseri umani, presupposto fondamentale per la definizione di qualunque altra forma di diritto animale. L’abolizione del concetto di proprietà applicato agli animali è quindi, per Francione, il primo obiettivo che il movimento per i diritti animali dovrebbe perseguire; e ignorare tale obiettivo significa essere, nella migliore delle ipotesi, solo sostenitori dell’animal welfare. Francione osserva anche che una società che considera cani e gatti come “membri della famiglia” e contemporaneamente uccide mucche, galline e maiali per nutrirsene è “moralmente schizofrenica”.

Nel libro Do No Evil: Ethics with Applications to Economic Theory and Business, Michael E. Berumen adotta una posizione analoga a quella di Bentham e Singer, basata sull’identificazione del diritto morale con la capacità di soffrire.

Anche le attiviste Karen Davis dell’associazione United Poultry Concerns e Ingrid Newkirk della PETA (People for the Ethical Treatment of Animals) hanno presentato argomenti filosofici a favore dei diritti animali.

Critiche ai diritti animali

La posizione dei sostenitori dei diritti animali non è priva di difficoltà filosofiche. Per esempio, l’identificazione dei diritti con certe capacità o caratteristiche degli animali (presente in varie forme in tutte le teorie dei diritti animali) pone il problema spinoso di stabilire quale sia il limite “al di sopra del quale” si considera che un essere vivente sia dotato di tali caratteristiche. Se per esempio è piuttosto chiaro che cavalli, cani e gorilla soffrono, non altrettanto si può dire, per esempio, per insetti, meduse o batteri.

Fra gli avversari dei diritti umani, molti (in particolare i pensatori della scuola neokantiana) sostengono che solo un essere morale (ovvero dotato di un proprio senso della morale) possa avere diritti da un punto di vista morale; al più, gli animali si possono trattare in modo “umano” (compassionevole). L’argomento degli “esseri umani marginali” di Singer viene rifiutato in diversi modi da diversi autori:

Moralità e appartenenza. Alcuni filosofi sostengono l’identificazione della moralità con l’appartenenza; gli umani marginali sono diversi dagli animali perché sono esseri umani, e questa è una caratteristica intrinsecamente rilevante dal punto di vista morale. Posizioni di questo genere sono spesso difese più in termini religiosi che filosofici.

Irrilevanza dei casi marginali. Altri sostengono che gli esseri umani marginali sono in realtà molto pochi: i neonati ad esempio non sono razionali ma lo saranno, e gli anziani senili lo sono stati, e quindi si propone che non vengano contati come marginali. I “veri” marginali sarebbero quindi molto pochi, e solo di questi ultimi si potrebbe dire che hanno lo stesso status degli animali. Ma anche in questo caso pochi autori sono pronti a sostenere questa posizione, che portà infatti a conclusioni molto controintuitive (cioè che non sia sbagliato fare del male ad un bambino con ritardo cognitivo molto grave, un “vero” marginale).

Posizione kantiana classica. Coloro che si rifanno direttamente alla posizione di Immanuel Kant sostengono che alle persone non è richiesto considerare direttamente gli interessi delle non-persone, anche se possono essere presi in considerazione in caso fossero rilevanti per gli esseri umani (non puoi uccidere il cane perché è mio e quindi io, essere umano, ne soffrirei). In realtà alcuni autori si spingono più in là dichiarando che i nostri doveri si estendono al di là del divieto di ledere la proprietà altrui, e che abbiamo anche il dovere di non essere crudeli verso gli animali perché:

« facendo il nostro dovere verso gli animali rispetto alle manifestazioni della natura umana, indirettamente facciamo il nostro dovere verso l’umanità. Possiamo giudicare il cuore di un uomo dal suo trattamento degli animali »

(Kant)

Essere crudeli nei confronti degli animali dunque è sbagliato perché riflette una indifferenza verso la sofferenza che può manifestarsi anche nei rapporti con altri esseri umani.

Un approccio differente è quello di filosofi come Jan Narveson e Peter Carruthers, i quali, inserendosi nella tradizione filosofica di Thomas Hobbes e della teoria della giustizia di Rawls, considerano la moralità come un contratto fra esseri razionali e fondamentalmente egoisti. Poiché gli animali non sono in grado di partecipare a questo patto, i “contrattori umani” non hanno alcun obbligo di considerarli in modo paritetico. In questa luce, il “contratto morale” viene esteso a neonati e malati mentali dagli altri esseri umani, per loro libera scelta.

Roger Scruton, nel libro Animal Rights and Wrongs, sostiene che gli esseri umani sono solo responsabili degli animali che hanno in custodia (come gli animali domestici e da allevamento); mentre non può esistere alcun obbligo morale nei confronti degli animali selvatici.

La femminista Carol Adams sostiene che molti degli ideologi dei diritti animali attribuiscono eccessiva importanza ai valori maschili di razionalità e autonomia, ignorando altri aspetti importanti dell’esistenza animale quali le relazioni e le emozioni. Mentre la Adams sostiene anche che cibarsi di carne sia un fatto culturalmente maschile, altre femministe (per esempio Kathryn Paxton George) sostengono al contrario che il veganismo non tiene conto dei bisogno nutrizionali delle donne.

Leggi sui diritti animali

Fino all’inizio degli anni novanta, nessun ordinamento giuridico occidentale contemplava l’attribuzione di veri e propri diritti agli animali. Nel 1992, la legislazione svizzera fu modificata per riconoscere agli animali lo status di esseri anziché cose. Nel 2002, il parlamento tedesco votò per aggiungere le parole “e degli animali” alla clausola della costituzione che obbliga lo stato a rispettare e proteggere la dignità degli esseri umani [1]. Quasi tutti gli altri paesi hanno leggi contro la crudeltà o il maltrattamento di animali, per la regolamentazione delle condizioni in cui gli animali vengono allevati, e così via, ma senza menzione esplicita di alcuna forma di “diritto”.

Il Progetto Grande Scimmia, fondato tra da Peter Singer e da Jane Gooddall, definisce una carta dei diritti delle grandi scimmie antropomorfe, quali gorilla e scimpanzé. Al progetto ha aderito la Nuova Zelanda; nell’aprile del 2006, anche il primo ministro spagnolo José Luis Rodríguez Zapatero ha proposto l’adozione di tale carta nella legislazione spagnola.

Dichiarazione universale dei diritti dell’animale

La Dichiarazione universale dei diritti dell’animale è stata proclamata il 15 ottobre 1978 presso la sede dell’UNESCO a Parigi, con lo scopo di fornire un codice etico per sancire i diritti che spettano ad ogni animale.

I diritti animali in pratica

I fautori dei diritti animali utilizzano spesso l’arma del boicottaggio nei confronti delle industrie che usano gli animali, ovviamente a partire dall’industria dell’allevamento. In genere adottano una dieta vegetariana o vegana ed evitano di acquistare indumenti fatti di pelle animale o prodotti cosmetici o farmaceutici che contengono cosiddetti sottoprodotti di origine animale, o che sono stati sperimentati sugli animali. Una società apertamente osteggiata dai sostenitori dei diritti animali è, per esempio, la Procter & Gamble.

Esistono molte associazioni che cercano di diffondere nel grande pubblico l’interesse per il tema dei diritti animali; una delle più note è la PETA (People for the Ethical Treatment of Animals). Gruppi come la Vegan Outreach e Compassion Over Killing cercano di osteggiare la pratica dell’allevamento industriale pubblicizzandone gli aspetti più crudeli, talvolta anche infiltrandosi segretamente negli allevamenti meccanizzati. In Italia, la più antica associazione protezionistica è l’Ente Nazionale Protezione Animali, attiva dal 1871, presente in maniera capilare sul territorio nazionale.

Fra gli atteggiamenti più radicali c’è quello del “salvataggio allo scoperto”, in cui sostenitori dei diritti animali organizzano veri e propri “furti” di animali sfruttati, senza tentare di celare la propria identità e accettando le conseguenze legali delle loro azioni.

 

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4 Risposte to “…sul diritto degli Animali”

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