Narrativa: TRILOGIA DEI GATTI – di Liliana Maroni Boggio Rapallo (Ge)

Racconti e Poesie sono opera della Sig.ra Liliana Maroni Boggio, la pubblicazione della presente è stata autorizzata dall’autrice. Da parte nostra un augurio affinchè trovi qualcuno che pubblichi la sua opera narrativa vincitrice del concorso organizzato dall’Associazione Animalisti Italiani Onlus

Buona lettura

TRILOGIA DEI GATTI
-La saga dei randagi
-Corre il fiume
-Loro
Poesie: SCHIETTEZZA
· Il Mio gatto
· Sinceramente tuo

La Saga dei Randagi – il Capostipite o CapoClan

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Tra gli animali domestici il capo clan, anziano della dinastia, è sovente la femmina. Viene trattata con riguardo e obbedienza dai discendenti e rispettata dagli umani. Di lei si ricordano tutti. Se ne conoscono i piccoli e i piccoli dei piccoli. Il babbo, invece, il maschio, viene spesso dimenticato. E’ la legge della natura, che è “femmina”. In questa storia il Capo, il Capostipite, era una bella gatta randagia di minuscole proporzioni, talmente piccola da sembrare ancora un cucciolo. E tale restò fino all’ultimo dei suoi giorni. Il manto grigio era quello del soriano di razza,(1 ) con la grande “M” nitida stampata sulla fronte. I grandi, dolci occhi s’aprivano come sorpresi sulle meraviglie del mondo. Una riga nera li sottolineava accentuando l’espressione di soave mitezza, come l’ombretto o la matita in una donna bella. La chiamammo “GIN” perché era piccina, così come la goccia del liquore dallo stesso nome che, pur essendo minuscola, basta a insaporire le bevande. Giunse alla nostra casa, sulla collina dirimpetto al mare, in una mattinata di primavera, sbucando all’improvviso dalla radura vicina cosparsa di pratoline. Doveva aver ottenuto ospitalità in varie famiglie, a turno. Infatti era ben nutrita, col pelo lucido. Però s’era di certo accontentata dei soli avanzi di cucina. Quando aprii il frigorifero per darle un piattino di spaghetti freddi, mi sgranò in volto gli occhi con stupore gioioso : “Per me la tua stessa porzione ? Da un grande armadio ? Mi tratti a par tuo ?” sembrò dirmi. E si strusciò contro le mie gambe con tutto il corpicino per dimostrarmi la sua riconoscenza in una lunga carezza. “Noi ci apparteniamo.” diceva. O, meglio, “Allora tu m’appartieni…!! Da allora non ci lasciò più. Segno evidente che nessun affetto la legava ad altre
case. Miagolava con una certa timidezza le sue richieste di cibo fuori orario dei pasti, dirigendosi verso quel tal frigorifero che aveva visto aprirsi proprio e solo per lei. Ringraziava con effusioni ripetute e fusa sonore. Era un poco
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1) I SORIANI sono striati. Devono il loro nome al fatto che provengono dalla SORIA, l’ attuale SIRIA.

ladracchiola. Cattiva abitudine rimastale dalla precedente vita randagia, quando doveva sopperire alle proprie necessità servendosi dove meglio poteva. Non perse mai questa sua bricconeria. Una volta afferrò mezzo pollo lasciato incustodito sul tavolo della sala da pranzo. Fuggì col bottino senza badare alle nostre grida. Rimase assente due giorni :
per smaltire l’arrosto e farcelo dimenticare. Quando ritornò aveva lo sguardo ingenuo di sempre. Alle nostre sgridate ci osservò stupefatta :”Io non ho fatto nientedi speciale.  Sono i casi della vita. Non dovevate lasciare del cibo senza custodirlo. Era lì…quindi anche per me !” lessi nella sua espressione. I nostri rimproveri ebbero scarso risultato. Ci ascoltava in atteggiamento tranquillo : la legge della strada era per lei più forte d’ogni voce dura e anche delle più solerti sculacciate. Allorché sgraffignò una bistecca alla milanese, la colsi sul fatto: la presi in braccio e, messole il nasetto a poca distanza dal resto della portata perché capisse bene il motivo,gliele suonai, dolcemente, parlandole in tono severo. Lei tentò d’afferrare un’altra “ milanese”, prima di scappare in silenzio, senza nemmeno lamentarsi. Con ogni probabilità era soltanto sbalordita per la stranezza del mio comportamento.
“Se mi porge il piatto perché poi me lo nega ?” deve aver pensato. Era incorreggibile, ma così carina che decidemmo di stare attenti noi e lasciare in pace lei. Era già adulta da un pezzo. Abbastanza almeno per avere l’innammorato. Questi
arrivò un giorno a casa nostra con piglio sicuro, cercandola apertamente. Era un grosso maschio dal pelo a macchie bianche e nere. Di quella razza nostrana comune, padrona delle nostre strade e dei nostri tetti. Ma quale alterezza nel suo incedere! Gin stava rimpinzandosi dei resti del pesce fritto. Non appena vide il compagno si trasse gentilmente da lato, per fargli posto accanto al desco. L’occhio suo carezzevole e interrogativo chiese: “Ne vuoi ?” Lui sollevò la testa con aria di superiorità e passò oltre il cartoccio di pesce senza manco annusarlo, assorto in un proprio
mondo di stile regale. Fummo colpiti da tanta eleganza, alterezza e disdegno. Lo chiamammo MILORD.
Adesso Milord veniva regolarmente a visitare Gin. Senza mai fermarsi a pranzo. Stavano vicini in silenzio, si guardavano con tenerezza :lui più staccato e severo, lei sottomessa e timida. Chiacchieravano anche un poco tra loro. Poco. Qualche breve “miao” leggero. Gli animali sono chiusi nella condanna del silenzio, per lopiù. Solo gli uccelli comunicano a gran voce i loro pensieri e le loro intenzioni. Gli altri passeggiano seri e compassati, o corrono trafelati, senza mai scambiarsi bene le loro idee. Per quanto abbaino o barriscano, miagolino o ruggiscano, parlano
sempre poco. Non conversano mai. Ciononostante un giorno assistetti ad un fatto strano. In tal modo appresi il linguaggio dei gatti. Gin era una micia fedele alla casa e ai suoi abitanti, ma al proprio compagno pareva riservare un trattamento diverso. Alcune volte lui era arrivato in visita senza ad attenderlo. Se ne era andata a spasso per i fatti propri. Un pomeriggio, allora, lui giunse in orario diverso, inaspettato, per incontrarla. Gin sedeva sul davanzale
della finestra, in cucina. Milord le si sedette accanto e incominciò a parlarle. Muoveva solo la bocca non lasciando intendere a noi nessun rumore. “Che usino gli ultrasuoni ?” pensai. Non lo saprò mai con precisione. Milord, sovraeccitato dalla conversazione, o meglio dal monologo che andava pronunciando, ad un tratto levò in alto la zampetta agitandola in su e in giù varie volte, or lentamente, or bruscamente, in segno di minaccia verso la compagna
infedele. Gin stava accucciata, ora, quasi a nascondersi e farsi più piccola. Rannicchiata su se stessa guardava l’innammorato di sotto in su, con un senso di timore negli occhi. Era chiaro. Lui la stava rimproverando con asprezza :”Bada, adesso ti picchio ! Ti faccio pentire del tuo comportamento. Sono cose da non farsi. Io sono buono. Io sopporto tante cose, ma tu eccedi. Bada a te !” Gin rimase acquattata per un po’, con rispetto e paura. Poi, come ogni femmina, non seppe più trattenersi. Levò la testa e, in linguaggio per noi muto, rispose :”Ho i miei diritti ! Cosa credi ? Credi veramente di potermi comandare ? …e minacciare anche? Come osi parlarmi così..?” A questo punto Milord, tipico maschio, non ci vide più e menò un gra colpo, con la zampetta, sulla testa di Gin. “ Hai anche il coraggio di protestare ? Impertinente !” gridò furibondo con voce silenziosa. Riuscì ad appioppargliene rapidamente un altro, ma Gin, ricuperato il sangue freddo e l’istinto di conservazione, fuggì miagolando, a gran voce questa volta, “Sei un bruto ! Io continuo ad avere i miei diritti anche se tu sei più forte di me. Vigliacco..!” Milord , a stento, riacquistò il controllo. Scese con calma dal davanzale. Lento seguì la fuggitiva e disse fermo, autoritario, inflessibile: “Vieni qui..! Vieni qui :
non ho finito !” Che cosa intendesse per “non finito”, non lo so, anche se la voce era alta e chiara. Voleva ancora parlarle con tono muto, o voleva dargliene altre ? Forse non capii bene e disse proprio :”Vieni qui, te le suono ancora:” Ma era un gatto talmente distinto, compasato, staccato dalle passioni della vita….. Insomma, non ho mai voluto crederlo. Da allora riuscii a capire gran parte delle loro inflessioni di voce. Le modulazioni, le intonazioni formano la base del loro comunicare. Sono diverse quando parlano tra di loro : più morbide, in gola, speciali. A volte, però, adoperano anche i miagolii che rivolgono a noi : il suono comprensibile e chiaro a tutti : perfino agli esseri umani. Il linguaggio muto, forse telepatico, è invece privato: per le confidenze, le piccole faccende segrete della loro vita. Noi lo possiamo indovinare dai gesti e dall’espressione degli occhi. Unicamente nelle favole gli animali parlano tra di loro e con gli uomini con la chiarezza dell’umano dialogare. In realtà loro capiscono un poco la nostra lingua, e noi pochissimo la loro. Ciò non toglie che ci si possa intendere, noi, esseri delle due speci. Basta parlare agli animali con
dolce fermezza, come quando si educa un bambino. La bestiola comprende e risponde. Come può. Sovente in modo chiaro.  Gin e Milord fecero pace subito. Ci furono due giorni d’idillio. Però Milord volle prendersi la rivincita e punire l’infedele. Allorché tutto sembrava appianato sparì per una settimana. Gin masticò amaro, ma comprese la lezione. Al ritorno del compagno non gli fece alcun rimprovero. Non parlò. Soltanto, mentre lui le passava accanto, gli fece uno sgambetto con la propria zampetta anteriore. Intenzionalmente era un bel calcio. Non per farlo cadere, tanto su tre zampe viaggiano benissimo, i gatti ! Milord miagolò con quel tono soave già a me noto :”Evvia..!” però scappò in avanti per evitare il resto. Furono corretti entrambi. Gin, in fondo, aveva dato unicamente uno scappellotto di comprensione :”Ho capito. Tuttavia te le meriti anche tu !” Passarono i mesi. Ora la coppia andava perfettamente d’accordo. Un giorno Gin non si presentò all’ora del pranzo. In sua vece giunse il compassato Milord . Imperiosamente reclamò per sé il pasto, senza troppe discussioni e finezze. Da padrone del castello. “Gin non viene. Pranzo io da voi oggi. Lei mangia altrove. Servitemi subito. Presto !” Ubbidimmo perché i gatti sono molto dispotici e sanno imporsi. In particolare Mi-
Lord. Non ammetteva replica. Eppoi il gatto non conosce padrone. Si degna di dare la propria amicizia a qualcuno, fintantoché tale situazione gli garba. Non lo si deve offendere. Ti pianta in asso su due piedi : ossia volta le spalle e se ne va. Per sempre se non si riesce a ricuperare la sua fiducia. Comunque fu l’unica volta che il Castellano assaggiò i nostri cibi. Forse non gli piacque la nostra cucina. Scherzi a parte. Ho notato che i gatti “domestici”, amici di famiglia per eccellenza, hanno un alto senso del costo della vita. Non abusano dell’ospitalità. Sono cauti nel pretendere i pasti. Parsimoniosi e ben educati. In genere lasciano perfino il loro posto pulito senza trascinare in terra gli avanzi. Poi vennero i piccoli. Anzi , sono certa che in quel dato giorno in cui Milord accettò il nostro menù, la sua compagna era impegnata a partorire. Gin ci portò i cuccioli, a casa, in una serata di novembre. Erano in gran parte già svezzati e , da brava mamma, aveva ritenuto opportuno mostrare loro dove si trova la dispensa. La casa amica è il ristorante del gatto. Obbligo dei genitori è provvedere e insegnare subito come si può campare. I cuccioli capirono immediatamente la lezione e seguirono la madre con interesse in tutte le sue azioni e miagolii. Erano due femmine variamente macchiate. Una pezzata di bianco e nero, identica al padre. L’altra mezza soriana marrone e mezza bianca, con lo stemma regale della “M” sulla fronte. La prima era più svelta a comprendere: Quando si chiamava “Gin”, per la pappa,
correva rapidissima anche lei. Il suo nome divenne per questo “GINI” fin dal principio. L’altra sembrava più timorosa, timida. Gli occhi dolci e grandi erano quelli di Gin : sorpresi del mondo, delle sue meraviglie. Aspettammo a darle un nome. Gin era una madre perfetta. Insegnava alle piccole ogni cosa. Come restare pulite, per esempio. Una sera accucciata sulle mie ginocchia faceva le fusa. La piccola senza nome le si avvicinò arrampicandosi sulle mie gambe, coperte dalla vestaglia, sguardo timido, adesso interrogativo. Non so se si parlarono in telepatia. Gin assentì. Vi assicuro : mosse la testa in giù, vale a dire : “Sì. Ho capito. Adesso intervengo. “ Scese dal mio grembo, s’avvicinò alla porta-finestra e miagolò perché io mi alzassi Ad aprire. Non appena fu socchiusa si ritrasse, e la cucciola senza nome uscì per le proprie incombenze. I discorsi di Gin con me si facevano man mano più chiari. Modulava i suoi “miao” in precise intonazioni e il suo sguardo era oltremodo espressivo. Socchiudeva gli occhi fissandomi beata attraverso le fessure sottili come in una conversazione segreta. Per svelarmi il suo mistero. L’ignoto mondo della pace interiore dei felini. Senza ambizioni particolari, immerso ogni essere in un sogno primitivo : primordiale. Milord veniva spesso a trovare la famigliola. Era misurato, come sempre. Poco espansivo. Con me si comportava in modo garbato : da semplice conoscente, senza darmi confidenza. Non mi “parlò” mai. Non cercò mai una carezza. Né io avrei osato fargliela data la fierezza e consapevolezza dell suo sguardo. Una volta rimase lontano per circa venti giorni. Gin si sentì tradita. Usciva sul terrazzo miagolando,con quel tono speciale, i suoi “rau – rau” di richiamo. Quindi rientrava e baciava, ossia leccava, furiosamente e affrettatamente le sue piccole, quasi con disperazione : “Bacio voi. Siete le uniche gioie rimaste nella mia vita.” Sembrava dire. Verso le dieci di sera imponeva il “silenzio” ai cuccioli. “Dovete dormire adesso.” dichiarava con la mente telepatica, sempre a quell’ora. Le gattine si rannicchiavano pronte nella cuccia. Nonostante l’immediata ubbidienza, molto frequentemente ne saltavano fuori per un’ultima ricreazione, la ballata finale. Saltellavano presso la loro mamma, la tiravano, la mordicchiavano in ogni dove, poi scappavano, come ridendo, in qua e in là per il soggiorno. Gin cascava quasi sempre nel gioco. Le rincorreva, s’azzuffava gioiosamente con loro. Era un rotolarsi di corpicciuoli sul tappeto, un guizzare di peli lucenti allacciati tra loro nella lotta gioconda, un frenetico incrociarsi di zampette morbide. Le cucciole finivano ogni volta a gambe levate, col pancino bianco per aria. Si aveva l’impressione di sentirle ridere tutte e tre, anche se la zuffa era silenziosa. Ad un tratto Gin ricordava d’aver già intimato il sonno. Inesorabile, senza più “ sorriso”, redarguiva le piccole con un “maramaooo” secco : “Non abusate ! A nanna.” Quelle scappavano nella cestina adibita a dormitorio. Con ogni evidenza il tono non ammetteva replica o indugio. Passarono così alcuni mesi. Le gattine crescevano. La famigliola procedeva bene. Le cucciole adesso giocavano anche nel giardino, praticavano la lotta sull’erba soffice. Pian piano acquistavano quelle espressioni definite “quasi umane”. Questo perché le Nostre sono “quasi animali”. Emozioni e problemi principali sono per lo più simili
in entrambe le specie : cibo e ricovero, tenerezza e compagnia, rancore e gelosia. Gli animali assomigliano a noi in molte cose. Sono diversi perché più sinceri. Più buoni. più onesti. Nella nostra lieta situazione qualcosa doveva pur cambiare e andare “storto”. Capita sempre così. Una zia lontana si ammalò :dovemmo partire e assentarci per un po’ di tempo. Affidammo l’incarico di badare ai gatti ad una vicina, e salutammo con affetto le bestiole. A me dispiaceva moltissimo lasciarle, ma – si dice – “i gatti sono soltanto gatti”, e noi abbiamo mansioni importanti. E’ meglio rifiutarci agli impulsi eccessivamente trepidanti verso di loro : potrebbero intaccare la nostra indipendenza e libertà. Loro, i gatti, lo capiscono. Per questo non vogliono affezionarsi a noi con facilità. Vivono nel loro “mondo”. Distaccati quel tanto che basta per non essere chiamati “fedeli” come i cani. Ci fermammo fuori casa almeno due mesi. La zia aveva bisogno d’assistenza. Quando tornammo la famigliola di randagi era sparita. La vicina, alla quale erano stati affidati, disse : “Se ne sono andati via tutti appena dopo due settimane dalla vostra partenza.” Lei non aveva l’abitudine di parlare con i gatti. Certamente tale motivo li aveva fatti sentire non amati. Unicamente nutriti. Forse Gin s’era fatta accogliere dalla Famiglia dove era già ospitato Milord, ed aveva portato con sé le cucciole. Non la rividi mai più. Non venne più a miagolare presso la porta perché l’ospitassi. Il saluto della partenza era stato un commiato. Ci eravamo amate per certo periodo, ci eravamo lasciate secondo i principii obbligatori nella vita dei randagi. La loro casa è il mondo. Non hanno legami o vincoli. Li ferma soltanto l’amore.

GATTI d’ASSALTO — GATTI , GATTINI e GATTACCI

Per oltre un anno non vedemmo più mici nei dintorni. Ci dispiaceva alquanto. Ma in effetti, quella che avremmo voluto ritrovare era unicamente Gin. Non la dimenticammo mai. Pensavamo anche alle piccole,però con minor interesse. Quando se n’erano andate si trattava di cuccioli ancora spensierati, senza un carattere preciso : senza “parola”. Li avevamo quasi dimenticati. L’esistenza continuava monotona. Senza sorprese. In un pomeriggio d’estate dalla porta-finestra aperta sul terrazzo, una gattina entròserena in casa, con sicurezza anche se non priva d’una certa qual titubanza dovuta alla discrezione. Lo sguardo interrogativo domandava chiaramente : “Posso entrare? Disturbo forse?” Era piccola come Gin, con in più una coda lunghissima marrone scuro. Il pelo era a macchie bianche e marrone. La regale “M” dei soriani stampata sulla fronte. I grandi, dolci occhi color ambra scura ci riconoscevano e c’interpellavano un poco ansiosi :”Siete voi? Mi ricordate?” Era la “cucciola senza nome”. Le facemmo subito molte feste. Le versammo del latte nella ciotolina perché si sentisse ben accolta. Le ponemmo del cibo nel piattino affinché potesse gustare qualcosa e sentirsi a casa propria. Le dicemmo :”…gattina, gattina bella…dove sei stata?…dove
abiti?..” e lei ci fece le fusa, con riconoscenza. Fu solo dopo tre giorni di continue visite che pensò di sistemarsi definitivamente da noi. Aveva capito d’essere accettata. La chiamammo BIRIMBA, in ricordo d’una vecchia
canzone assurda :”Birimbo, Birambo vuol dire per me…”io voglio bene a te.”” Lei rispose immediatamente a questo nome, come se sapesse che dovevamo pur rivolgerci a lei in qualche modo. Aspettava da tanto tempo un “termine”, un “nomino” tutto per sé. Da non dividere con nessuno, come era successo per GINI. Più tardi abbreviammo il nome in BIBI, e lei rispondeva ad entrambi. Essendo vissuta con noi nella prima infanzia, aveva acquistato in maniera incredibile la capacità d’esprimersi e di miagolare con intonazioni diverse, come aveva fatto Gin sua mamma. Sembrava preferire la compagnia degli umani a quella dei suoi simili. Pareva che sognasse d’essere come noi. Si ergeva sulle zampette, reggendosi colle anteriori ai bordi dei vasi da fiori, per fingersi bipede e assomigliarci nel portamento eretto. Era felice quando, afferratele le zampette anteriori,le “braccia”,l’aiutavamo a camminare come si fa con un bimbo nei primi passi. Di notte, sovente, tentava d’infilarsi nel letto e di mettere la testa sul cuscino, tenendo il corpicciuolo allungato nella medesima posizione nostra. Parlava sovente con me. Nell’uscire da casa rispondeva sempre con un bel “miao” nitido al mio “ciao” di saluto. Era affettuosa oltre ogni dire. Con lei giocavo a rimpiattino.
Lei correva a nascondersi sotto i mobili : il letto, il cassettone, l’armadio. Io andavo per la casa dicendo : “Dov’è la Bibi? Dove s’è nascosta la mia Birimba..Non la trovo…Dove sarà mai..?” Lei restava acquattata sotto il rifugio scelto, senza muoversi. Io facevo finta di non vederla per un bel po’: il sistema in uso coi bambini. Poi, quando la “trovavo”,esclamavo gioiosa : “L’ho trovata..! Ho trovato la Bibi..! Adesso t’acchiappo.” e lei scappava
di corsa quasi ridendo. E’ un vero peccato che le bestiole non sappiano, non possano ridere. Il riso e il sorriso appartengono esclusivamente agli umani. E’ il dono degli Angeli. Solo gli uomini hanno il permesso di manifestare al completo la propria gioia: letizia cordiale, mansueta, dolce , o anche burla scherzosa e gentile. Tuttavia gli animali, perlomeno i gatti, sorridono con gli occhi. Esprimono l’animo loro con lo sguardo. Basta osservarli con attenzione, amarli, e si partecipa del loro mondo facendoli partecipare al nostro. Ci si accorge , allora, che siamo tutti fatti di carne. Pressappoco della stessa carne. Bibi ed io facevamo lunghe passeggiate nella campagna circostante. Lei mi seguiva alacre e pronta, con la sollecitudine e fedeltà dei cani. Un po’ più lenta perché i gatti sono
piccoli, hanno il passo meno veloce e resistenza minore. “Su, su, avanti” incitavo spesso voltandomi a guardarla dall’alto della salita. Lei arrancava calma, un po’ stanca, ma sicura, leale compagna di camminata. Un giorno ci fermammo in mezzo agli alberi, sedute sopra un tronco basso e orizzontale d’un fico. Tutto era silenzioso e tranquillo all’intorno. Un ucello sfrecciò vicino. Birimba, la quale aveva ormai l’abitudine di comunicarmi con una certa frequenza le proprie idee, fece un discorso ad alta voce, a furia di “miao” e di “rau” variamente modulati – come noi potremmo ritmare col fischio una canzone. Risoluta disse : “Scappa, scappa pure ! Se tu fossi più accosto t’acchiapperei ! Saresti un bocconcino gustoso..! Ti va bene..! Sai volare in alto e io no..!” Mi guardò orgogliosa del bel discorso, della sua incredibile lunghezza e delle proprie idee. Io dissi : “No,no Bibi. Si deve rispettare la vita dei passeri e delle allodole. Sono piccole creature come te. Non devi mangiarle, divorarle.” Lei capì dal tono di voce la disapprovazione del suo concetto. Mi fissò sorpresa. Tale divieto non le fu mai chiaro. Forse si chiedeva come mai le davo da mangiare la carne trita e a bocconi, per poi negarle la caccia libera e avventurosa. Aveva molto buon senso e sana logica.
Sempre, durante le passeggiate, Bibi si fermava ad odorare un qualche fiore. Avvicinava il musetto con delicatezza, per non sciupare i petali, e i suoi occhi si socchiudevano di piacere al profumo. Quando le parlavo teneramente socchiudeva gli occhi, immersa nell’dentico sogno felice. Affermava con tal gesto il proprio pensiero : anche lei mi voleva bene. Tanto bene. Così come capiva da parte mia. Pure Gin l’aveva fatto qualche volta. Ma Bibi lo ripeteva molto più sovente, il musetto vicino al mio viso, assorta nel suo e mio affetto, nel mio e suo “io” segreto. Questo è il sistema dei mici per dire “ti voglio bene”. Le fusa, in realtà, sono una tendenza comune, meno intima, quasi automatica. Registrate addirittura sul tavolo chirurgico : reazione pressoché involontaria : un “grazie” per le attenzioni ricevute. Invece il socchiudere gli occhi è anche un “guardarsi negli occhi”, “nelle emozioni”, con la creatura
“uomo”. Quasi alla pari. O, meglio, proprio alla pari. Di quando in quando di rado però  uno scherzo : mi mordicchiava lievemente il naso, la strana protuberanza così evidente, tale da rendere tanto più diverso il mio aspetto dal
suo. E scappava allegra, rompendo l’incanto affettuoso. E’ un’affermazione di dominio il morso del felino. Bibi sapeva che ne ero al corrente e nella sua pronta fuga divertita , pareva dire : “Lo so…io sono soltanto un gatto ..! Però, tant’è, ho segnato un punto!” Dopo parecchi mesi di questa vita felice un giorno, mentre Birimba mangiava in cucina,
arrivò GINI. Entrò anche lei dal terrazzo e si fermò fuori dal soggiorno, nella loggia, in attesa. La riconobbi subito. Era imponente come il padre, Milord, uguale nella pezzatura bianca e nera, con occhi piccoli, gialli e magnetici, tanto quanto Bibi li aveva grandi, scuri e dolci. Le andai incontro : “Gini, Gini. Sei tornata anche tu ? Cosa hai fatto sinora? Come sono lieta di rivederti..!” Lei si strusciò alle mie gambe,poi si buttò sulla schiena a mostrare il pancino bianco. Fece moine e mosse e mille gesti d’affetto, morbidi e seducenti, per parecchio tempo. Il suo sguardo era civettuolo e astuto. Che fosse astuto lo notai in seguito. Quando Bibi, la “mia” Bibi, me lo fece capire. Mi voltai e vidi Birimba tesa, inorridita, intenta ad osservarmi dal soggiorno. Era come fulminata nel vedere la scena. Anche di questo non m’accorsi subito. Perché noi parliamo e in tal modo ci spieghiamo, o crediamo di farlo, magari urlando, e non sempre, quasi mai, siamo pronti a rilevare gli atteggiamenti, gli sguardi, nemmeno nel nostro prossimo. I nostri amici, quelli più discreti e riservati non riusciamo a capirli. A “vederli”. Gini continuava coi suoi vezzi, i contorcimenti, gli armeggii. Però, rimarcai solo allora,senza fare le fusa. Perché le “fusa” sono un’espressione di gioia amorosa istintiva nel gatto.
Se c’è astuzia e scaltrezza, è come se ci fosse un pensiero cattivo. L’istinto buono, affettuoso non sale in gola. Ma tant’è…noi umani siamo tardi agli impulsi, ad intendere la finzione e il calcolo truffaldino. Ancora incapace d’afferrare appieno la circostanza dissi a Bibi :”Vedi..? c’è Gini. E’ Gini. E’ tornata!” Birimba mi lanciò un’occhiata d’orrore per la mia atrocità. Fuggì. Si lanciò sulla collina, agitatissima. Di furia. Si calmò alquanto. Se ne andò via lenta, gelida senza
nemmeno voltarsi indietro, fingendo di non sentire la mia voce ansiosa : “Birimba, Birimba… torna indietro. Bibi tesoro…Bibi. Bibi.” Compresi allora al completo la doppiezza di Gini : la furba, la svelta, la forte, la robusta
Gini. Certo doveva aver tormentato, vessato la piccola, dolce, timida Bibi per tanto tempo nel passato. Immaginai le lotte, le rivalità, i soprusi, i soffi d’ira, lo sguardo cattivo della grande gatta pezzata, così diversa dall’aristocratico atteggiamento del padre, al quale pur assomigliava tanto nell’aspetto. Povera la mia Bibi. Come doveva aver sofferto ! Mandai via Gini. Il giorno dopo tornò, di nuovo con le stesse moine, come se niente fosse : strusciandosi, guardandomi , tenera, morbidamente, rotolandosi per terra. Gli occhi erano due fessure lucenti di scaltrezza. Color zolfo. La cacciai. Ormai avevo capito il suo gioco. Non c’era affetto in lei. Voleva solo vincere la partita contro la sorella, ormai sua rivale. Soppiantarla. Bibi non si fece viva per tre giorni. Invano la chiamammo, a turno, tutti di casa. Invano le
misi i piattini di cibo fuori della porta ogni sera. Lei non veniva da me per il vitto, bensì per amore sincero, Non era calcolatrice, interessata. La dispensa gliela riforniva la Natura: sorci, uccellini, lucertole e, chissà..? anche qualche buon vicino nostro provvedeva. Finalmente rincasò. Non disse nulla. Sapeva che m’ero resa conto della situazione. Tornò a fidarsi di me. Avevo, pertanto, appreso una cosa di notevole importanza : i gatti possono essere complicati e maliziosi, tali e quali gli esseri umani. Non hanno la sincerità caratteristica, tipica del cane. O la remissività del bove o del ciuco. Sanno essere doppi. Possono avere dei “complessi” : sia d’inferiorità, sia di supremazia. In gran parte assomigliano all’uomo : sono di buoni e di cattivi, di scaltri e di semplici. Riescono a mimare un gesto bugiardo,  nascondendo un pensiero malvagio, s’impuntano con dignità per dominare una circostanza pericolosa. Come noi. Sono fieri, consapevoli, ma ci si può anche ritrovare con un briccone furbo e accorto. I gatti sono piuttosto gelosi , e lo sanno. Per cui, se hanno buon cuore, non si fanno soffrire tra di loro. Rispettano la gerarchia. Si comprendono e si aiutano. A modo loro, ben inteso. Birimba, ormai, era di nuovo sicura del mio affetto. Restava in casa molte ore, felice e appagata. Sonnecchiava sulla poltrona o sul mio grembo, oppure mi seguiva nelle faccende domestiche ascoltando la mia voce e, talvolta, miagolando in risposta. Un pomeriggio, mentre riordinavo con Birimba accanto, piombò sul davanzale della cucina un enorme gatto soriano grigio. Grande, grandissimo. Miagolava con rabbia e furia adoperando accenti accorati e diversi. Chiedeva soccorso in un lungo monologo misterioso alla mia comprensione. Aveva il pelo in disordine, a chiazze nude. Capii che era ammalato e perciò l’avevano scacciato. Era un colosso, per cui lo ritenni un maschio, e lo credetti tale per molto tempo. Bibi vi riconobbe subito una femmina. Nonostante questo non ebbe rivalità : la guardò sorpresa e mosse, invitante e gentile, verso di lei : “Poverina, che cosa ti succede? Stai male?.. Hai fame?” e si volse a me, interrogativa e sollecita, come per chiedere il mio consenso al suo tacito invito. Il povero micio riprese il discorso con voce agitata spiegando i propri guai : “Ro-rau-rau-ro-miao.” Essendo un gatto nuovo non conoscevo le sfumature del suo linguaggio. Eppoi per capire un gatto è buona regola sapere un poco i fatti suoi. Così fanno i chiromanti e i cartomanti con chi va da loro per farsi indovinare il futuro, e contano sulla lettura del passato per controllare la serietà del responso. Ad ogni buon conto gli diedi da mangiare, perché in tal modo non si sbaglia. “Alla pappa e all’arrosto ognuno è ben disposto.” La chiamai PIRATA perché la credevo maschio data la stazza forte e il carattere irruente, risoluto.. Anche un poco prepotente in quel primo arrembaggio al davanzale.
Bibi non ne fu mai gelosa. Sapeva che il posto di “padroncina” era suo. D’altra parte Pirata possedeva quell’”educazione del cuore” della quale difettano perfino tanti umani. Si rendeva conto d’essere soltanto ospite nella mia casa, abitazione di Bibi, dalla quale era stata accolta con simpatia e generosità. Fu corretta sempre : non ne approfittò mai.
Prendeva il cibo sulla terrazza senza mai entrare : né in cucina, né in soggiorno.Tanto meno nelle camere da letto. Per rispetto a Bibi. Adesso faceva caldo e Birimba dormiva in una cuccia sotto la loggia. Pirata s’accovacciava sopra il tavolo accanto. Si tenevano compagnia senza così :senza parlare. Senza miagolii o suoni in gola. Tanto , tra femmine , basta non farsi del male e rispettarsi a vicenda per intendersi. Birimba era molto conscia del proprio rango di “padroncina”. La sua fierezza si evidenziava in tutto. S’imponeva delle regole. Era ghiotta di piselli cotti. Sovente gliene mettevo nella pappa, e lei li mangiava fino all’ultimo granello, con grande soddisfazione. Pirata,invece, li aborriva. Li lasciava sempre nel piattino. Birimba guardava da distante con brama palese, i chicchi verdi avanzati. Ma, anche se Pirata, discreta e comprensiva, si era già allontanata, lei non s’avvicinava al piatto dell’altra. Mai avrebbe voluto abbassarsi a rubacchiare nel pasto non suo. Un po’ per buona educazione e molto per dignità. Continuava a fissare golosamente i piselli senza muoversi, con lo sguardo lucente e intento :”Li mangerei tutti ! Non sono nella mia porzione, purtroppo. Li mangerei proprio..!” Io, allora, prendevo la ciotolina di Pirata e la mettevo davanti a Bibi : “Ecco qui i piselli di Birimba. “ La sua felicità era evidente. Divorava quei chicchi desiderati con doppia soddisfazione.
La correttezza non è solo una questione di galateo umano. I due gatti dimostravano una grande consapevolezza dei reciproci diritti. Questa s’elevava addirittura ad un evidente senso della coscienza. L’uomo, conquistata con fatica l’etica, ne fece un codice. Nel decalogo cristiano si trova al paragrafo settimo e sfocia nel decimo : “Non prendere e non desiderare la roba d’altri.” Gli uomini percepiscono a stento lungo i secoli, e poi capiscono con lo studio arduo e continuo, le leggi della vita. Però trovano assai difficile applicarle. I gatti, al contrario, affidati all’istinto, afferrano il concetto del giusto e dell’ingiusto. Così era, almeno, riguardo ai miei due felini casalinghi. Pirata non acquistò mai con me quella confidenza, quell’abbandono senza riserve di Birimba. Non tentò mai di salire sulle mie ginocchia. Rimase indifferente, pur con molta cortesia e buon garbo. Sapeva che il posto nel mio cuore era per la piccola “codalunga”.
Le dicevo :”Ciao Pirata.” Non rispondeva affatto. Non c’era comunicatività. Per questo smisi di parlarle, se non riguardo alle poche necessità quotidiane, quali :” ecco la pappa” e cose simili. Birimba era ancora più affettuosa di Gin. Era più sicura del mio attaccamento, del mio affetto. Più umana. Sembrava una bimba felice. Quando l’incontravo casualmente lungo i sentieri di campagna mi salutava per prima con un “miao” gioioso e sorpreso :”Sei qui anche
tu ?” “Ciao” rispondevo io tranquilla, come si saluta un compagno di scuola. E ci si incamminava poi,insieme, sovente, per un gran tratto di strada. Prendemmo tosto l’abitudine d’invitare anche Pirata alle nostre passeggiate. Arrancavano lente le due micie sulle loro gambe corte, piene di buona volontà. Pareva che facessero a gara a chi “teneva” meglio
un buon passo nelle salite ripide. Così come succede tra gli uomini. I musetti seri, le bocche serrate, gli occhi intenti. Quando si rallentava la marcia si rilassavano contente. Ogni tanto, allora, Bibi si voltava a odorare un fiore di campo, col nasetto roseo stretto stretto ai petali, e gli occhi semichiusi. Somigliava ad una ragazzina dell’ottocento immersa nella visione d’un giardino incantato. Romanticismo e poesia non sono appannaggio o artificio dell’uomo : appartengono al pianeta Terra. Pirata la osservava con una certa aria di soppostazione e distacco. Lei non amava i profumi. Passava le proprie ore di sogno a rimirare la grande apertura del mare dall’alto d’una balaustra in pietra. I suoi momenti di castelli in aria e di meditazione, di contemplazione silenziosa sfociavano nell’infinito visibile. Le
ore del prodigio sono in tutti. Perfino nei gatti. Noi umani, riteniamo di essere gli unici a poter spaziare nell’invisibile, nell’Infinito sconosciuto. Ma chissà se è vero… Nella vita degli animali vige la consuetudine, l’obbligo dei lunghi silenzi. Non cianciano tanto, e sempre, di tutto come facciamo noi. Vivono. Gustano ogni secondo dello scorrere imperturbabile, inflessibile del tempo. Ogni attimo è il mondo : appartiene all’eternità. Birimba non mi portò mai a conoscere l’innammorato. Era molto riservata a questo proposito. Piena di ritegno, di pudori. Era un argomento di cui non desiderava far sapere nulla. Venne comunque il tempo in cui fu mamma. Nascose i piccoli lontano, in un luogo ignoto, e corse da me con lo sguardo più festoso del solito. Una chiara sfumatura d’orgogliosa soddisfazione, d’esultante consapevolezza le illuminava i grandi occhi d’ambra scura scintillante. Non mi disse nulla. Io capii : i cuccioli erano belli e di suo gradimento. Era felice e piena di vivacità. Addirittura raggiante. Particolarmente gelosa dei propri affetti, Bibi non m’accompagnò mai a vedere i piccoli , nonostante la nostra amicizia. Né mi presentò il neo-padre. Gin, sua madre, aveva vissuto la propria vita coniugale all’ombra della nostra casa, con ripetuti inviti al consorte. Birimba, al contrario, era oltremodo schiva. S’assentava per lunghe ore, sia per allattare, sia per rimirarsi i micini. Il resto del tempo lo passava con me : a fare le fusa e a giocare. Divideva il cuore tra la mia casa e i nuovi nati. Fu di certo a causa di tale contegno, dovuto al suo temperamento esclusivo, che accadde il fattaccio. Un pomeriggio una contadina, la quale viveva nei pressi, ci avvertì d’aver visto la piccola “codalunga” impietrita dal dolore, esterrefatta nel guardare i corpicini dei suoi tre cuccioli uccisi. “Li osservava come annichilita – disse la donna – Sembrava umana. Io lo sapevo che li aveva nascosti lì, i piccoli, nel capanno degli utensili da lavoro. L’avevo vista mentre ci andava di corsa : non voleva farsi notare.” “Ma chi è stato ? Cosa è successo ?” domandò mia Madre.. “Eh ! La porta è spessa, sì…ma è un po’ vecchia, tarlata, piuttosto fradicia. Il gatto maschio l’ho visto io. S’aggirava da tempo lì attorno…Prima ha rotto la porta, sul fondo, con le unghie. E’ tutta rovinata, come morsicata… : c’è un gran buco adesso. Poi deve aver fatto uscire i micetti chiamandoli. Erano già grandini. Appena fuori li ha
ammazzati, come fa coi topi : un colpo sulla testa coi denti…” Eravamo sbalordite : “Ma perché mai l’avrà fatto ? La donna scosse la testa : “Le bestie sono come noi. Questa qui era più “mamma” che femmina. Appena ha avuto i piccoli non ha più pensato a nient’altro. Ha rifiutato il maschio. Lui, invece, voleva ancora uscirci insieme. Sono tanto gelosi i gatti! Questo qui ha perso la testa più degli altri.” “ O povera Bibi. “ esclamammo la Mamma e Io. La donna assentì: ”Dovevate vederla..come era ridotta. Guardava da un corpo all’altro dei gattini, senza capacitarsi. Inebetita. Mi veniva da piangere, al vederla. Quel gattaccio l’avrei punito io, se l’avessi preso ! Ma dev’essere fuggito via subito.” La donna seppellì i micetti uccisi e noi consolammo la tenera Bibi come meglio potemmo: con tante carezze, bacetti, affetto e parole dolci. Lei capiva tutto. Era triste ma ricono scente. Dopo due settimane circa, allo scopo di farci rispondere ad un suo inquietante interrogativo, dal quale era tormentata, non sapendo come esprimersi, cominciò ad annusare, ac –
cennò a rovistare dove più le capitava a tiro nella casa. Perfino nell’armadio da me appena aperto. Mi guardò con intenzione. Compresi :”Non sono qui da noi.” dissi, e la condussi dove lei stessa aveva trovato i corpicini straziati…”Sono sotterrati qui.” e feci cenno con la mano alla terra e sottoterra. Mi osservava malinconica e attenta. Quindi i suoi occhi sorrisero :”Ho capito. Volevo solo sapere. –spiegò- Per fortuna non sono sola. Ci sei tu a consolarmi.” aggiunse. Nel mondo silente di Bibi, senza urla e senza parole, i mesi passarono pigri, sconsolati,lunghi.
Infine si riprese. Di nuovo odorava i fiori ai margini dei viottoli di campagna durante le passeggiate. Stava molto in casa adesso. Pirata, gatta particolarmente casalinga, le teneva compagnia sulla terrazza di fronte al mare. Fu allora che seppi d’aver trovato in Pirata un’altra giovane femmina. Un micione maschio, e loro, i gatti, non si sbagliano ! incominciò a corteggiarla. Era un parente di Milord. Gli assomigliava nel pelame bianco e nero a pezze, ma non nell’alterezza e dignità. Lo chiamammo ARLECCHINO, perché era un micio un po’ buffo, un po’ tragico, con le sue macchie scure disposte a maschera sugli occhi. Aveva un modo di fare patetico, sconsolato, mesto di povero randagio rifiutato da tutti, anche dalle gatte. Pirata, come ogni femmina, accettava con lungo sguardo languido le moine e gli slanci focosi dell’ammiratore fintantoché questi era distante, per poi graffiarlo crudelmente non appena lui cercava d’avvicinarla. La competizione tra maschio e maschio è spietata. Anche se l’avversario non c’è, la vittoria si deve conquistare. La femmina resiste a lungo prima di cedere ed accordare amore. La selezione della specie premia unicamente i più resistenti e tenaci. Un giorno comparve il gatto assassino. Lo chiamammo così : ASSASSINO, per via dei propri cuccioli uccisi. Lo riconoscemmo dal comportamento di Bibi. Era un animale bellissimo, color miele ardente, striato di ambra dalle tonalità del grano maturo. Un soriano dorato, radioso, luminoso. Una tigre casalinga piena di fuoco e di sole. Gigantesco. Lei lo guardò senza parlare, senza emettere un fiato, senza muoversi. Sfingea. Lui cominciò a miagolare, a intonare voci di gola, a supplicare. A urlare. Man mano il timbro vocale prendeva accenti accorati e forti. S’elevava nella richiesta. Gridava addirittura. S’abbatteva nell’umiliata preghiera. “Ritorna da me. Ritorna con me. Sono solo. Le notti sembrano più lunghe. I giorni inutili. Perdonami. Ricordo anch’io. Ma ritorna.” Le parole esatte ci sfuggivano, ma la sua voce toccava tutte le corde dell’emozione e del cuore. Per un mese intero giunse da noi : ogni giorno, ogni sera, a piangere il proprio affanno. Bibi taceva. Immobile. Nessuna donna avrebbe saputo resistere così a lungo senza esplodere in parole dure, violente. In vituperi. Forse in graffi. Lei lo fissava con occhi muti, seri, duri. A volte privi d’espressione. Senza pietà. Fra loro gli animali non hanno una legge scritta, un decalogo, un tribunale.Vale il comprotamento. La parola è di troppo. Intralcia. Imbroglia. Si perde nel vuoto delle risonanze spoglie di significato. Mente. Tuttavia anche loro non possono sempre reggere allo sforzo del silenzio. Birimba sapeva tacere. Imponeva il grave peso della non risposta. Un giorno Pirata – la quale perfino con me era “chiusa”, non rivelando mai il proprio pensiero, non seppe reggere e ruppe il mutismo. Aveva ascoltato le frasi di Assassino con educata parvenza d’assenteismo. D’improvviso scattò e urlò alla richiesta gutturale del maschio :”Vergognati assassino. Vergognati ! Puoi ben essere soddisfatto d’aver ridotto così la tua stessa famiglia. La tua compagna è fulminata! E’ triste e vuota. Soffre. Come osi presentarti a lei e chiedere devozione, affetto compartecipazione quando l’ultimo dei sorci avrebbe saputo difendere il proprio nido e non assalirlo ? E per che cosa poi l’hai distrutto ? per gelosia, una sciocca gelosia visto che i piccoli erano i tuoi. Vergognati e vattene ! Non osare più ripresentarti…” Non so cos’altro disse. Forse i gatti parlano ancora più chiaro. Certo è che Pirata era furente. Non smetteva più di gridare. Mai avvocato fu così energico. Assassino fuggì per la campagna urlando la propria disperazione, la propria colpa,accusa e discolpa. Il suo accento era quai umano. Diverso dal solito : straziato. “Perdonami, perdonami. Non ho saputo resistere. Mi sentivo tradito, solo…abbandonato. Ho perso la testa.Non ho scuse per quello…Ho perso il controllo. Perdonami. Perdonami.” E intanto fuggiva. Se tutti volessimo intervenire e parlare come Pirata, in difesa degli altri, e agire con severità come Bibi, il mondo non andrebbe così a catafascio. La gente saprebbe di non poter fare il male impunemente. Esiste il castigo. Esiste la difesa dei diritti. Ovvio come l’aria. Automaticamente la vendetta del giusto s’adempie. Assassino si vergognò per due giorni di seguito. Fece in quelle ore brevi apparizioni fugaci. Quindi ricominciò la ronda serrata, continua, di corteggiamento implorante amore . Il contrasto accresceva la sua perseveranza. Bibi proseguiva nell’atteggiamento inflessibile Una volta, però, lo cercò con gli occhi, scrutando la campagna da cui arrivava solitamente, notando il suo ritardo. Si sporse dalla terrazza per guardare, inquieta. Fu attenta a non farsi scorgere da lui, ma cominciava a cedere. Tentando d’allontanarla io le dissi : “Non perdonarlo. Birimba, non fidarti. Ricorda quello che ti ha fatto.” Lei protestò con voce “in gola”, alquanto risentita, “Non te ne occupare ! Sono gatta da parecchio tempo. So io come
debbo comportarmi.” L’epoca era, adesso, quella giusta : il giugno caldo e fragrante di profumi, palpitante del
frinire di cicale, di suoni strani, di canti d’uccelli, stormire di mentastri odorosi. I gatti sottostanno alle leggi di Natura più supinamente di noi umani. Vivono sotto il duro comando, decreto dell’istinto come schiavi. Non potranno mai disubbidire, sottrarsi al dovere della procreazione. Nei tempi prescritti il loro corpo s’arrende all’ordinamento pre –
stabilito. Il loro cuore si gonfia d’amore. Non hanno libero arbitrio. Un giorno Bibi scese dalla cuccetta e dalla terrazza. S’avvicinò ad Assassino. Lui era fermo nel prato. Immobile lui, adesso. In attesa ubbidiente, attenta, silenziosa:piena di speranza. Lei gli si avvicinò e posò brevemente il nasetto roseo contro quello di lui, in un bacio lieve di pace. Noi non avremmo perdonato. Non avremmo “capito”.Bibi lo fece. La Natura è longamine. Generosa.I suoi tempi sono lunghi : durano secoli. Le sue catene seguono una logica complessa, diversa da quella a noi ingiunta dalla nostra mente incivilita. Bibi viveva immersa nella Natura : goccia d’acqua in un oceano sterminato.

ZUCCHERO E ACETO

La piccola tigre color miele non si vide più nei dintorni. Birimba era tornata serena e giocosa. Di frequente s’assentava per giretti privati. Altrettanto faceva ,adesso, Pirata per conto proprio. Entrambe, ad un certo punto, mostrarono d’aspettare i cuccioli. Non seppi mai quale fosseil compagno di Bibi. Se era tornata a miagolare sotto la luna con Assassino fu un segreto che non ci rivelò mai. Le settimane passarono lente, nel sole. Quando s’avvicinò il suo tempo, Bibi mi guidò sino ad un fienile vicino a casa. Lo osservò con attenzione da ogni lato. Camminava agile come sempre, nonostante la pesantezza raggiunta. Un poco inquieta si volse a guardare all’intorno. Una coppia di giovani, un uomo e una donna, passavano lenti sul viottolo sottostante. Bibi li osservò un attimo e subito modulò con la gola un discorso chiarissimo :”Uscite, uscite insieme a passeggio..! Poi vedrete cosa vi capita ! Tu, femmina, vedrai come ti ritrovi…a cercar riparo e scampo per i figli ci sarai unicamente tu. Tocca a te..! Non al maschio. Non capita mica solo a me..! Uscite, uscite pure insieme..” Pareva ridesse divertita nell’elevato, sostenuto mugolio motteggiatore. Con Birimba s’aveva la netta impressione di comunicare e rivolgersi all’abitante d’un pianeta sconosciuto, appena appena scoperto : sapeva capire tutto ed esprimersi tramite suoni, gesti, occhiate. Non diversamente dovevano aver fatto, al primo contatto con i viaggiatori europei, gli indigeni di nuove terre. Rientrai a casa quasi subito lasciando lei intenta a controllare,a ispezionare il fienile. Dopo alcuni minuti una vicina m’avvertì :”Birimba è arrivata di corsa, s’è buttata contro la sua porta chiusa miagolando disperatamente. Era agitatissima. S’è gettata sulla porta per ben due volte chiamando. Poi è scappata in gran fretta. E’ andata nella direzione del fienile.” “Stanno per arrivare i piccoli. Chiede soccorso.” disse mia Madre. Mi precipitai verso il rifugio prescelto da lei stessa indicatomi. Bibi aspettava all’interno del capanno, sopra un monte di fieno che arrivava al soffitto. Miagolò trepida al mio indirizzo :”Stai qui ? Ti fermi con me ?””Non aver paura,Bibi. Nessuno verrà a farti del male. Io resto.” Mi sedetti nell’ombra. Lei si rintanò nell’oscurità,dietro al fieno. Rimasi lì due ore, forse tre, forse di più, sull’erba davanti al capanno di legno fragrante di
campagna. Ogni tanto Bibi lanciava un miagolìo di richiamo :”Sei ancora di guardia ?””Ci sono. Sta tranquilla.” la rassicuravo. All’imbrunire venne fuori dal fondo del fienile. Si guardò attorno nel terrore di veder
comparire il maschio “ killer”. Non c’era nessuno nei pressi. Si rilassò alquanto. La famiglia appena nata era salva. Si strusciò contro di me soddisfatta. Il pelame morbido e lu cente profumava di mentastro secco. Da allora, per molti mesi, continuò ad affannarsi, agitata nel raggiungere con infinite cautele il rifugio, evitando gli sguardi pericolosi di Assassino. Arlecchino e Pirata non la preoccupavano, li guardava con indifferenza. Temeva solo la piccola tigre gelosa.
Io portai al fienile una cestina imbottita di stracci e, mostrandogliels, dissi : ”Metti qui i piccoli. Li portiamo a casa. Saranno al sicuro.” Lei comprese e iniziò le fusa :”ron-ron ron-ron” fece scorrere lo sguardo gioioso sul mucchio cedevole, soffice che arrivava al soffitto,scrutò le robuste consistenti travi annerite, scure, le pareti solide :”Sono contenta che tu voglia occuparti di me. Però qui si sta bene. Siamo al riparo. Non ci piove. Il fieno profuma. Odora di buono. Nessuno ci vede. Basta usare un poco d’attenzione.” Il suo desiderio di riservatezza era tale che mai avrebbe portato i cuccioli da noi. Fu uno dei piccoli a rompere l’isolamento, alcuni mesi dopo. In novembre, durante una notte di pioggia, sentimmo fuori dall’uscio, in giardino, un tenue “miu”, simile a un pigolìo. Cercammo dietro ai cespugli, dietro ai vasi, ed infine, nascosto da un’anfora, trovammo un micetto color topazio madera, ossia topazio scuro. Coraggiosamente s’era messo in cammino dietro la scia della madre, alla ricerca d’una pappa che non fosse solo latte, o forse, topolini. Gli ponemmo davanti un gran cartoccio di pesce crudo. Lui lo mangiò tutto diventando , di botto, tondo come un palloncino : con la pancetta strabordante ben tesa. “Ti chiamerò ZUFOLO, perché il tuo richiamo è risoluto e sottile, acuto e penetrante.” gli sussurai . Lui socchiuse immediatamente gli occhi in segno di tenerezza e assenso. Birimba giunse e ci osservò irresoluta. Titubava rattristata. Capì che doveva cedere. A malincuore andò
al fienile e tornò con gli altri due cuccioli. Sistemammo la famigliola nello stanzino sotto casa. Il giorno dopo sedette sulla seggiola dirimpetto a me e mi guardò pensosa, con occhi seri: “Non preferirai loro a me, adesso? O magari più tardi?” “No, Bibi, sta tranquilla. Ci sarai sempre soltanto tu per me.” Purtroppo in seguito le cose andarono diversamente. Birimba aveva ragione di dubitare dell’esclusività del mio affetto. Ci volle, però, molto tempo. I piccoli erano ormai grandicelli. Tutti portavano con grande fierezza e dignità, sulla fronte, la grande “M” dei Mici Soriani. Lo stemma, il “sigillo” unico tra gli animali. Hanno un’origine nota, la Siria, quasi un “feudo”, un Castello Avito. Ciò dimostra che i “soriani” sono i più aristocratici, i più “ Mici” di tutti i gatti. Zufolo era dorato, a strisce chiare e scure tendenti al rossiccio : simile a un buon bicchiere di vino Madera : dal carattere dolce e forte proprio identico al sapore di tale vino. In realtà era una gattina, minuscola come Bibi. Un altro era un tigrato grigio, sottile, felino oltre ogni dire, del tipo “antico gatto egizio” : le gambe lunghe, alte, il muso più triangolare degli altri, occhi verdi lucenti, scintillanti parevano smeraldi. Selvatico. Sfuggiva le carezze per eccessiva paura. Si ritraeva terrorizzato anche se, lo si capiva benissimo, avrebbe desiderato entrare in confidenza. Anche quella era una femmina. La chiamammo SELVAGGIA. Il terzo era un misto tra Zufolo e Birimba : manto tigrato color topazio, con le zampette, il pancino e il nasetto bianchi. Per questo fu chiamato : BIANCHINA. Soltanto dopo un lungo periodo capimmo che era un maschio. Nonostante ciò continuammo ad usare il nome femminile seza che se ne adombrasse. Lo definivamo tra noi indifferentemente:”lui”
o “lei”. Anche questo gatto era pauroso, ma faceva sforzi evidenti per superare l’inclinazione al timore. A volte “rischiava” una carezza per poi scappare in fretta. Essendo stati allevati in solitudine nel fienile, e dopo nello stanzino, erano venuti sù piuttosto rustici, non domestici : allo stato di natura. Soltanto Zufolo aveva l’ardire di comportarsi in modo fiducioso. Anche Pirata era accompagnata da cuccioli. Le saltellavano attorno due tesserini bianchi, così identici da parere gemelli. Li chiamammo : GESSO 1 , e GESSO 2. Non accadde nulla di speciale per lunghissimi mesi. I piccoli crescevano, giocavano sul prato, s’azzuffavano tra di loro. I Gemelli e le due gattine restavano minuti, delicati. Bianchina, al contrario, aumentava a vista d’occhio. In breve divenne uno stupendo gattone. Bibi conversava con me, il più possibile. Adesso, però, non potevamo fare passeggiate insieme. Dapprima perché sarebbe stato inopportuno distogliere dalle loro incombenze le due gatte-madri. In seguito ne persi l’abitudine. Forse questo fu il motivo per cui Pirata se ne andò, non appena ebbe svezzato i Gemelli. Così come era giunta a noi da chissà dove, ci lasciò verso chissà dove. Sparì, semplicemente. Con lei scomparve Arlecchino, il suo innammorato. Trovarono certo una nuova casa insieme. Probabilmente si sentivano trascurati, e in troppi. Allo stretto. I randagi sono vagabondi, senza meta. Sono i “liberi”della Terra. Senza doveri, tolto quelli imposti dalla Natura. Bisogna lasciarli andare perché il loro diritto all’esistenza è legato a quello della libertà. Nati indipendenti si fermano, ci acccompagnano per loro spontanea decisione. Sono sempre esclusivamente dei “volontari”. Mai comandati. Mai schiavi nelle adesioni che danno a un affetto, a una casa, alla vita.

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Escluso Selvaggia, la quale temeva d’avvicinare gli umani, anche i micetti, ormai grandini, ebbero il permesso d’entrare in casa. Destò in loro molto interesse la televisione. Sedettero sulle seggiole, composti come sfingi. Quel giorno il programma riguardava una visita allo zoo. Per questo li avevo invitati. L’argomento li colpì : fissi puntavano i musetti triangolari verso l’apparecchio televisivo osservando,molto attenti, le insolite creature che vi comparivano.
Bianchina, a nome di tutti, prese l’iniziativa di controllare la stranezza. S’avvicinò al televisore, lo fiutò, ispezionò dietro di esso da dove mai arrivassero quelle immagini. Rassicurata tese la zampetta a toccare il vetro per accertarsi meglio del fenomeno. Ebbe un po’ paura quando notò un grosso elefante avanzare con un uomo al fianco : le proporzioni la impressionarono. Si ritrasse intimorita per un momento : “Mi schiaccia?”, subito dopo riprese il controllo e si rilassò. Leoni e tigri, invece, la lasciarono indifferente :”Siamo noi.” dichiarò tranquillo il suo sguardo. I micetti assentirono e distolsero addirittura gli occhi dai grandi “cugini” lontani. Tutti furono soddisfatti dell’”esplorazione” e accettarono l’inconsueta scatola quale arredo scontato. Come facciamo noi. Tornarono per altri spettacoli, meno interessanti. Dopo alcune settimane furono sazi del gioco. Non vollero più saperne. Anzi, visto che noi passavamo lunghe ore a seguire “telenovelas” e “soap-operas”, se ne andarono da casa. Stufi. Dapprima i Gemelli. Poi Zufolo. Rimasero soltanto Selvaggia e Bianchina : la prima occhieggiando esclusivamente dal davanzale della cucina, con gran timore, la seconda, al contrario, restava in casa, come faceva Birimba. E questo offese Bibi. I gatti sono possessivi. Birimba, inoltre, aveva subito un trauma sin dall’infanzia a motivo di Gini. Era pronta a sentirsi ferita. Inoltre “ i gatti sono gatti” : vivono d’mpulsi, non conascono il raziocinio. Simili a loro sono molti di noi.
Bibi, dunque, cominciò ad essere gelosa. Brontolava quando la prendevo in braccio :”Sì, sì…adesso sei gentile e guardi me, tuttavia fai lo stesso anche con l’altro…avevi promesso che c’ero io sola per te.” e cose simili. Allora si divincolava dall’abbraccio, rifiutava le carezze e balzava a terra indignita. Ogni tanto dava perfino una zampata d’irritazione a Bianchina, specie se questi l’annusava. Lui, da figlio, e maschio per giunta ! l’accettava senza ribellione. Spalancava sorpreso i grandi occhi color medaglia d’oro :”Perché ? che cosa non va ? …sei pure una femmina…” Questo è un discorso alquanto primitivo….. riguardante in particolare i gatti… Non bisogna giudicare male Birimba, ossia la sua rivalità verso Bianchina. Per un gatto, per un qualsiasi animale l’essere umano che l’ama diventa un grande vero amore. Le bestie sono sempre lasciate sole, in genere, a vivere le loro esperienze a livello ridotto, modesto. La voce umana, la conversazione diversa, l’interessamento diretto del “padrone–amico” li toglie dal loro piccolo mondo chiuso per elevarli. Allargare i loro orizzonti. Se la rotta cambia, muta sia pur di poco, se l’affetto sicuro viene donato anche ad altri, la bestiola si sente tradita. Non diversamente succede nelle nostre case. I bimbi sono feriti nella sicurezza all’arrivo d’un fratellino. I piccoli amici di scuola provocano in noi sofferenza allorchè ampliano la cerchia delle loro conoscenze. Tale reazione colpisce anche i “grandi”. Quanti adulti, quanti di noi sono sempre e unicamente dei “poveri gatti” . Così proseguimmo insieme : Birimba diventava ogni giorno più irrequieta, Bianchina esterrefatta, seppur docile con lei e con me. Io, poi, non sapevo come fare a mettere pace. Volevo molto bene a Birimba. D’altra parte Bianchina era affettuosa, dolce. Tentava,un po’ dubbioso ed esitante, di ricambiare i miei bacetti con un leggero tocco del nasetto roseo e delle labbra sottili vicino al mio mento. Incominciava anche lei a parlare : a dire “miao”entrando e uscendo, in accordo al mio “ciao”. S’avviava al frigorifero con un altro “miao”, imperioso questa volta, per richiedere un supplemento di cibo fuori orario. Modulava pochi ma chiari suoni in gola per esprimersi meglio.  Aveva ricevuto in retaggio la capacità dei randagi : farsi intendere a livello umano. Era autentico erede della dinastia. Come avrei potuto cacciarlo ? Provai a prendere sul grembo entrambe le bestiole insieme. Si sopportavano. Ma non era possibile una comunicazione più intensa. I due mici socchiudevano gli occhi, per conto loro, godendosi le carezze, evitando di alzare il musetto verso di me, a guardarmi in viso attraverso le palpebre socchiuse, come facevano in altri momenti. Potevo vezzeggiarli soltanto separatamente,in assenza dell’uno o dell’altro. Bibi soffriva a causa di tutto ciò, mentre Bianchina continuava imperterrita la propria vita, senza rendersi conto della situazione. Non diversamente del nuovo arrivato, il nuovo nato in una famiglia. Vedeva in Birimba la madre e la femmina : per entrambe le cose la rispettava. In noi vedeva gli amici “grandi”. Nella nostra casa la reggia delle sorprese.
Guardava sovente con noi la televisione. Bibi non l’aveva mai fatto. Un pomeriggio, mentre Birimba era assente e lei, Bianchina, faceva le fusa accoccolata sul mio grembo, trasmettevano “Il pericolo è il mio mestiere”. Un domatore lottava contro un coccodrillo fino a rovesciarlo sulla schiena. Bianchina s’alzò a sedere sulle mie ginocchia all’inizio della scena. Protesa in avanti osservava il combattimento con interesse. Constatata la vittoria dell’uomo e la sua minuscola corporatura in confronto all’alligatore, volse la testa in moto circolare verso Mamma e Papà e si complimentò ammirato : “Miao..! E’ in gamba! “ Era, si può ben dire, un’autentica conversazione da salotto. Noi, di rimbalzo, elogiammo lei per la sua abilità nell’esprimersi e spiegarsi. Questo, forse, non lo capì. Per Bianchina era ormai naturale manifestare al meglio, con la voce, le proprie impressioni. Da allora continuò a chiarire molti dei propri concetti e pensieri tramite modulazioni diverse e precise della gola e del miagolare. Avvertiva :”Ehi ! Sta attento.” quando, senza volere, lo si urtava col piede. Poi correva a sistemarsi in luogo tranquillo, sotto al tavolo. Protestava :”Non sono stato io. Non ho fatto niente.” se lo si sgridava per errore. Rideva con occhi gioiosi allorché, dimostrando impertenenza infantile, veniva a sollevare con la testa il giornale o il libro nella cui lettura ero immersa : “Guarda me. Non occuparti d’altro. Io sono qui.”Come tutti i gatti rifiutava d’avvicinarsi quando la si chiamava per una carezza, pronta a raggiungerci subito dopo chiedendola. Riteneva, in tal modo, d’affermare la propria indipendenza. Ciononostante s’abbandonava subito, amabile e indifeso, alle tenerezze stru sciandosi e facendo le fusa : mansueto e vinto. La dote di Bianchina era, come in Birimba, la generosità. Sua caratteristica secondaria la gelosia. In entramebi i casi erano identici. Al tempo in cui, trascorsi due anni dalla nascita, arrivarono per Bianchina i giorni di mettere sù famiglia, ci portò in visita una gattina nera che chiamammo NERINA: Da bravo compagno-sposo la circondava di attenzioni, la seguiva con sollecitudine in ogni sua necessità. Le cedette addirittura il posto quale ospite della casa.
Infatti un bel mattino, attorno alle undici, sentimmo provenire dal divano del soggiorno un tenue pigolìo. Andammo a controllare e lì, sepolti dai cuscini sotto i quali si erano rintanati, trovammo Nerina con due cuccioli. La micia guardò tutti con fare timido, tale da impietosire. Accettammo il gruppetto. Ponemmo mamma e neonati nella cestina imbottita
di stracci, sotto un’arcata del giardino : perché fossero al riparo e prendessero aria. Bianchina doveva essere rimasto a sorvegliare da poco distante l’attuazione del proprio piano. Infatti arrivò subito, festoso, esultante, a rimirarsi la prole con espressione beata, fiero di tanto risultato. Si riconosceva padre dei due tesserini graziosi, e aveva al contempo
lieta consapevolezza d’averci indotti ad accogliere la famiglia col suo piccolo trucco. Se ne andò quasi subito per i fatti propri. Probabilmente a rincorrere altre gatte. Ricomparve dopo tre giorni. Io lo presi in braccio e lo portai alla cestina :”Vedi come sono stati tenuti bene ? Sono i tuoi piccoli.” dissi. Ma la tipica gelosia esplose. Come già Birimba aveva fatto brontolò fra i denti : “Sì,sì…adesso tu guardi loro invece di me ! Io no conto più niente.” Non si svincolò, però continuò a protestare in gola. Ridendo lo portai dove c’erano i miei Genitori e raccontai l’episodio. Le intonazioni tra animali sono identiche. Noi apparteniamo alla medesima sfera dei gatti. Il mio tono era talmente uguale al suo, nel riprodurre, con parole mie, il suo mugolìo, che Bianchina capì perfettamente cosa stavo spiegando. Mi diede una rapida, furiosa zampata sulla testa e fuggì a terra d’un balzo gridando :”Traditrice. Parlavo a te e non agli altri. Era un segreto.” Allo scopo d’evitare complicazioni, tipo quelle con Birimba, trattai i micetti e Nerina con gentile freddezza. Bianchina si tranquillizzò. Passò il tempo dell’allattamento a dormire nel mio letto, anche di pomeriggio, per affermare la propria posizione di prestigio. Lasciò a Bibi il posto sulle mie ginocchia, probabilmente perché si rese conto di quanto avesse patito a suo tempo. Inoltre, quasi di certo, era ancora in collera co me. Con calma, con distacco.
Mugolava sovente piccoli discorsi incomprensibili. Irripetibili per non essere ancora tradito nella fiducia. Borbottava ispidi rimproveri alla propria generosità, alla durezza del vivere e all’assurdo comportamento umano : non so con precisione. Regalai i due cuccioli non appena furono svezzati. Nerina tornò a farci visita soltanto per
qualche ora. Tutto si calmò. Bianchina mi ringraziò con un bacetto della sua bocca stretta stretta, proprio sul mento.
Ora mi guardava, sovente, con occhi socchiusi filtrando la luce attraverso le palpebre. Quindi spalancava di botto i grandi occhi gialli e dolci. “Acino d’uva” la chiamavo io allora, e lui ricominciava il gioco, sicura del legame che ci univa. Questo lo facevo esclusivamente nei momenti in cui Birimba non era presente. Uno per volta…Così capita anche tra gli umani, ahimè. Le carezze date all’uno sono negate all’altro. L’incognita dell’uomo è il gatto che ha in sé.
Aprirono un ristorante nei pressi. Dovevano servire bistecche perfino ai mici perché,d’improvviso, più nessuno venne a mangiare da noi. Rifiutavano addirittura il formaggio e le bucce di salame. Dopo il pasto, tuttavia, tornavano sempre per le “coccole”. Non “amavano la casa”, bensì il nostro comportamento. Amavano noi, contrariamente a quanto si dice dei gatti. Bianchina aveva da tempo preso l’abitudine d’accompagnarmi, anche lei, nelle passeggiate.
Dava l’impressione di “scortarmi”, più che affiancarsi quale bimbo ubbidiente. Credo che si ritenesse un poco tigre , forte e dolce, anche se le dimensioni erano modeste. In principio aveva dimostrato evidenti segni di mortificazione per non aver potuto “saltare”, con slancio felino, da un masso a una ripa. Acquistata maggior abilità manifestava sempre di
più il carattere coraggioso e cavalleresco. Per questo suo strano istinto di protezione – da me supposto – mi portava i proventi della caccia. Lucertole in particolare : ghiottoneria dei gatti, come i croccanti, o le crevettes, per noi. Pensai che volesse farmene parte, ossia contraccambiare i bocconcini da me forniti. Cercando di capire tentai, una volta, di prendere il prezioso bottino :”Grazie Bianchina.” dissi. Brontolò subito :”Non è mica per te!” ritraendosi velocemente sotto al tavolo, al sicuro, col piccolo sauro ripreso, al volo, in bocca. Non saprò mai cosa intendesse dire quel suo apporto di cacciagione. Con ogni probabilità voleva dimostrarmi la propria bravura. Gesto simbolico encomiabile e significativo. Preludeva ai doveri del maschio capofamiglia nelle future civiltà mattesche – ed eziandio umane ! – ossia donare la preda al gruppo da lui protetto. In simbolo, naturalmente ! Una cosa è certa : parlava, brontolava, protestava : non mentiva mai. Non solo mi salutava con voce sorpresa quando m’incontrava in aperta campagna :”Ciao, sei qui pure tu ?”, oltre ciò faceva lunghissime chiacchierate quando mi vedeva presso lo stradone mentre scendevo alla città :”Non sai che è pericoloso percorrere la via dove passano le automobili ? Vedi quante ce ne sono ? E’ difficile passare…E tu come osi affrontare un simile pericolo ? Lo sfidi..? Resta qui, seduta sul prato, come me…” Il suo discorso era molto molto esteso, al punto che cominciai a rendermi conto di non capire alla perfezione il linguaggio dei gatti. Cosa di cui m’ero sempre compiaciuta. Bianchina aveva sviluppato la propria capacità di comunicazione ad un grado molto alto. Le inflessioni della voce, i “miao”, i “rau”, i “rararau” erano svariatissimi. Non gli bastava più modulare in gola le impressioni, ora tentava la” lingua” vera e propria. A me sarebbe ormai occorso
un vocabolario di “gattesco” per seguire ogni sfumatura. Forse anche la sua grammatica, di certo originale.
A dire il vero già da tempo avevo inteso i gatti conversare tra di loro. Pirata s’era lanciata in una discussione-monologo, una sfuriata, forse un’arringa..? contro Assassino, e questi aveva urlato di rimando la propria disperazione dopo aver poco prima cantato il suo amore a Bibi. Ma erano stati colloqui rari, sporadici, dettati dalla grande emozione del momento. Mai rivolti agli esseri umani. Un abisso separava continuamente gli uomini dai gatti.Le bestiole lo sapevano. Non facevano nessuno sforzo per chiarire i loro stati d’animo,spiegare le loro idee. S’accontentavano di quanto l’uomo poteva dare : carezze e pappa, oltre che una cuccia. Per questo motivo si afferma :” I gatti s’affezionano soltanto alla casa.” E’ vero. Non trovano negli umani nulla di più. Gin, Birimba e maggiormente Bianchina avevano rotto il muro dell’incomunicabilità tra speci diverse. Pian piano s’andava sgretolando il muro elevatosi tra animali e uomo dopo la cacciata dal Paradiso Terrestre. Bianchina, l’ultimo del clan, partecipava i propri pensieri il più frequentemente possibile. Quando la Mamma e io uscivamo da casa, per andare a far compere, ci rincorreva parlando
fitto fitto, agitato. Il succo era :”Non andare. Non lasciarmi.” Non comprendendo tutto il resto del lungo discorso rispondevamo :”Torniamo a casa presto. Sta tranquillo.” Lui continuava frenetico, insistente, fintantoché non si sentiva rassicurato. Calmo si chetava. Aspettava, seduto sulle zampette posteriori, presso il cancello. Lo trovavamo nella stessa posizione al nostro ritorno. In attesa. Fedele. Fiducioso. Allorché dovevo partire sembrava non contenersi più alla vista delle grandi valige. La sua voce concitata arrivava al parossismo. S’avvicinava all’automobile tentando di fermarmi nonostante il suo terrore relativo alle quattro ruote. Birimba e Bianchina sono sempre con me. Non ho voluto tenere nessun altro cucciolo perchè il problema è già abbastanza grande con loro due. Birimba, di sua spontanea volontà ha ripreso a seguire – ormai da due anni – la propria innata linea di condotta : quella prudente
riservatezza che le insegnava l’istinto. Non portò mai più i piccoli a casa, e nemmeno l’innammorato. Teneva separate le due cose, due famiglie ben distinte : famiglia gatti, famiglia umani. Non per niente era femmina : scaltra seppur mite, intuitiva e saggia seppur generosa. Bianchina, da bravo maschietto, imparò presto la lezione : continuò ad invitare
Nerina, ma i cuccioli se li andò a coccolare altrove.

Forse non è bene allevare i gatti con la tenerezza manifestata ai bambini. Sono d’un’altra razza. D’altra stirpe. Loro non crescono oltre un certo livello mentale. Non hanno razioninio. Restano ad un piano infantile. Hanno linee d’esistenza diverse dalle nostre e non possiamo comunicare appieno. Il nostro affetto dà loro gioia, ma può provocare sofferenza.
Ha ragione l’antico adagio – o proverbio – popolare :” I gatti sono gatti, lasciali vivere da tali.” Io, in fondo, non avevo fatto niente per imporre ai mici la mia persona . Mi ero limitata a trattarli con tanto amore. Ciò mi tranquillizzava circa quel tanto di dolore che potevo aver loro involontariamente arrecato. Non saprei consigliare d’essere così “tanto amici” del gatto : per lui, non per noi. Contentezza e allegria regalano al nostro cuore il loro comportamento, pur scoprendo un certo dispiacere il fatto di non poterci intendere completamente. Loro, le bestiole, ne soffrono. Sono
bambini : non possono crescere. Sono i “fratelli minori”. Quasi certamente la piccola dinastia dei randagi da me conosciuta era particolarmente dotata. Alcuni gatti non sono coì emotivi, così disponibili all’”attaccamento” umano. Si può tentare. Tuttavia molti restano indifferenti. Vagabondi senza alcun pensiero se non quello del “barbone” : passare la giornata prima di rivolgersi ad un altro orizzonte. Alla fin fine è un bene. Sembra un controsenso, un commento illogico : ciononostante è vero : più si ama più si soffre. Ci si dà in ostaggio alla fortuna. E’ una legge alla quale nessuno sfugge : nemmeno il gatto.

Loro
“Sei soltanto una bestia!” si dice comunemente con disprezzo d’una persona villana, che non capisce niente, non ha gratitudine o, comunque, si comporta male. In tal modo facciamo un grave torto agli animali, i quali, in realtà, sono più sensibili, riflessivi e consapevoli di quanto non si crea. Hanno cinque sensi come noi. Come noi possiedono “un’anima vegetativa” con la quale si regge la vita –anche nelle piante- Sono dotati di “un’anima sensitiva”,spettante ad ogni “spirito vivente”. Non hanno però l’apertura all’infinito: il tratto spirituale, l’anima intesa come immagine di DIO.
Quando diciamo che i nostri beniamini si comportano in maniera umana, commettiamoun altro errore. Di fatto siamo noi uomini a comportarci come loro. Il nostro lato animale–anima vegetativa e sensitiva- ha le stesse forme di emozioni, di desideri, di necessità, di risposta al mondo esterno dal quale siamo circondati. Così un gesto d’affetto è dolce e piacevole per un animale come una carezza per ognuno di noi. La sua reazione alla sofferenza,
alla cattiveria, all’ingiustizia è identica alla nostra. Gli animali sono rimasti più semplici di noi, spontanei: “nature”. Chiusi in questo mondo tutto loro a noi ignoto. Non riusciamo a vederlo, a sentirlo.”LORO” sono dei sensitivi,
come lo erano –si dice- i primi uomini sulla Terra: sentivano un terremoto molte ore prima che si verificasse; “vedevano” o sognavano, cose strane ,ultraterrene, con la mente, senza constatarle con gli occhi. Fatti veri anche se a noi moderni paiono incredibili. Così adesso, qualcunoha incominciato ad osservare con maggiore attenzione questi “piccoli compagni di viaggio” donatici dalla vita. In molte circostanze gli animali si comportano in modo talmente “intelligente” da sconcertarci. Mentre riteniamo d’essere noi “umani” gli unici dotati di raziocinio, troviamo dimostrazioni di una forma mentale adeguata a ragionamenti similari, anche negli animali. Inoltre hanno sensi più sviluppati dei nostri e, forse in soprappiù. Gli studiosi ritengono possibile che possano essere in contatto con un mondo segreto, “un piano”, a noi celato. Probabilmente in questo loro universo tutto parla, sussurra, racconta, odora : interrogano e capiscono gli altri animali : topi, gatti, gabbiani, insetti. Forse comunicano con le piante. O vedono addirittura cose lontane e misteriose come, tra noi, succede ai veggenti. Quelle poche persone, le quali, in trance, superano le barriere spazio-temporali e parlano con l’OLTRE, o con la gente, senza farsi notare. Oppure sono immersi, essendo totalmente semplici, in quell’anima comune o mente diffusa che pare leghi tutte le creature viventi sul globo. Una specie di deposito dove si incontrano i pensieri del pianeta: passato, presente, futuro. Chissà probabilmente essi vedono cose reali soltanto in altre dimensioni. Creature a noi invisibili : esseri fantastici, spiriti disincarnati, folletti, gnomi. Non avete mai notato come i cani, all’improvviso si rizzano dalla loro cuccia con le orecchie ritte, lo sguardo attento e aguzzo, o ringhiano o abbaiano,o guaiscono guardando fisso verso un punto preciso dove noi non scorgiamo nulla, soltanto le cianfrusaglie comuni di tutti i giorni? Pur non avendo anima spirituale molti di loro sembrano degni di possederla:sono più sinceri, più reali, più fedeli di tanti uomini, i quali di questa anima pare non sappiano proprio cosa farsene. Talvolta, io credo, gli animali ci parlano con voce sommessa.Sembra che vogliano farci intendere qualcosa, trasmetterci il loro “calore”, i sogni dei loro trepidi cuori, chiederci e trasfonderci affetto. Insegnarci la dolcezza. Convincerci all’amore. I Santi, ogni tanto, hanno captato, compreso il loro messaggio e hanno potuto intrattenersi con gli abitanti dei boschi, dell’aria, delle acque. Così fece S. Francesco :egli parlò agli uccelli e al terribile lupo come ad amici fidati. S. Antonio da Padova predicò ai pesci. Similmente fecero altre persone nel mondo e, da noi, altri Santi. Tra loro nacque spontaneo il dialogo, il rapporto, perché entrambi, Santo e animali sono semplici, candidi : ascoltano la voce del cuore presente in tutte le creature di Dio. L’uomo comune è troppo frastornato dalle preoccupazioni, dal chiasso della vita quotidiana in cui è sprofondato, è troppo intento ad ascoltare la voce orgogliosa ed egocentrica del proprio “io” cosciente, per poter intendere il sussurro dei “fratelli minori” : questo sale da profondità misteriose dell’essere unicamente attraverso le vie segrete dell’amore. Vogliate bene e con sincerità ai vostri piccoli amici ed essi saranno per voi compagni leali, ammireranno la vostra superiorità mentale con slancio autentico, vi parleranno, a modo loro, con fervore spontaneo, si dedicheranno a voi in un legame di sentimenti, che non conosce collera, né noia , né vecchiaia. Teneteli accanto anche quando non saranno più dei cuccioli giocherelloni e divertenti, dei batuffoli graziosi, bensì degli animali adulti, cresciuti nella loro dignità. Riconoscete i loro diritti alla vita, all’affetto, alla giustizia. Non abbandonateli per un capriccio da bambini rivelandovi, così, meno maturi di loro. Amateli con rispetto anche se non saranno eccezionali, come altri di cui si raccontano le straordinarie capacità e avventure. Parlate loro sovente, come si fa con le persone, come si fa con il nostro amico preferito. Se li saprete guardare veramente col cuore scoprirete un tesoro d’intelligenza e di comprensione anche nel più piccolo e disadorno di loro. E questo vi compenserà e vi consolerà di tanti crucci retaggio comune a tutti. Legato all’esistere.

Una rivelazione strana e poco comprensibile, sotto certi aspetti, è d’altro lato, un vero conforto per tutti coloro, i quali , amano i “piccoli amici” e li considerano Creature di Dio, altrettanto meritevoli quanto gli esseri umani, e anche di più.
Si trova in una raccolta di Sacre Scritture nella “ Bibbia Apocrifa” ( ed. Massimo – Milano 1962 ) al Capitolo riguardante “I libri segreti di Enoch”. Due sono i versetti in questione : LVIII “…Egli, il Signore, condusse tutti gli animali dinnanzi ad Adamo. Egli diede loro un nome…Il Signore , nel grande Eone, assegna le anime degli animali secondo le anime degli uomini, e non inversamente. Infatti vi è un luogo ove sono tutte le anime degli uomini e anche quelle delle bestie e nessuna delle anime che Dio ha creato, perisce sino al Gran Giudizio. E le anime delle bestie si lamentano dell’uomo che è trascurato nel pascolarle.” LIX : “ Chi commette una colpa contro le anime degli animali, commette una colpa
contro la sua stessa anima… Chi segretamente fa un torto ad una bestia, è colpevole contro la propria anima.”

E’ bene ricordare che, in linea di massima, l’ebraismo antico intende per “anima” la vita stessa : ossia il corpo vuoi fisico, vuoi eterico. Con ogni probabilità Papa Giovanni Paolo II , ha considerato anche tali Scritture Segrete nell’affermare : “Le bestie sono spiriti viventi” e consigliare amore e protezione verso di esse. Perfino Adamo “ divenne un essere vivente”. Ogni spirito vivente, torna a Dio dopo la morte. Ma questo è un discorso veramente
troppo impegnativo.

Gli animali sono creature semplici, per lo più buone, dotate di pensiero,
emozioni, qualità e difetti. Camminano al nostro fianco inosservati, non
capiti.
Questo racconto è un invito ad amarli.

  SCHIETTEZZA
-IL MIO GATTO –
Piccolo amico ti serri al mio petto
con ansia affettuosa.
E io non muovo, per non disturbarti
nel “ sogno “ .
Il tuo murmure di gioia
è sincero più d’ una frase fiorita
coniata nei salotti.
Il nasino tuo rosa
– bocciuolo di ninfea
fresco di lago –
s’ avvicina al mio volto
in bacio lieve,
dolce come sorso di latte.
E l’ egoista sono io :
la tua felicità è ben la mia
se m’ appaga l’ amarti.
SINCERAMENTE TUO
Signore, io sono un gatto :
egoista, indipendente
non appena posso,
e sempre nelle mie intenzioni.
Torno da te, dolce e mansueto,
perché mi sento debole.
Ho bisogno di soccorso,
tenerezze e protezione.
Voglio sentirmi amato.
Signore, accetta i gatti !
In fondo sono piccoli,
e perfino leali
anche se molti
non lo sanno.
Signore, io sono come un gatto,
accoglimi lo stesso, Signore.

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